L’utilizzo di profili “fake” su internet secondo la legge

Sin dall’inizio dell’era internet, gli utenti hanno utilizzato dei “nickname” per celare la propria vera identità. In molti casi, questa si può considerare una forma elementare di precauzione: nel timore che i propri dati sensibili potessero essere facilmente sottratti navigando sul web, la maggior parte degli utenti inizialmente evitava, in via cautelativa, di rivelare dettagli personali che potessero portare ad un furto d’identità. Come conseguenza, quasi ogni account era o del tutto impersonale o comunque spesso includeva dei dati anagrafici fasulli (ad es. un codice postale e indirizzo casuale o un codice fiscale sbagliato), in modo da rendere più complesso risalire al titolare del medesimo.

Quale che sia la ragione dietro la popolarità dei nickname, il risultato è stato un uso amplissimo di nomi di fantasia e di profili del tutto falsi. Questi comportamenti, ovviamente, erano ben più comuni prima che i social network si diffondessero a macchia d’olio, spingendo verso una nuova era di arretramento della privacy, nella quale utenti un tempo timorosi di divulgare in chat il proprio vero nome hanno iniziato a condividere contenuti personali senza più freni, spesso addirittura con una buona dose di malcelato esibizionismo.

In altri casi, invece, gli utenti reticenti guardavano alla rete come ad uno spazio di completa sospensione delle regole, nel quale potessero associarsi in comunità virtuali auto-organizzate e riconquistare alcune delle libertà che la nostra moderna società ha dovuto cedere. La più importante di queste, ovviamente, era la libertà di assumere una nuova identità, scegliendosi un nickname. Come è evidente, questo tipo di prospettiva racchiude l’ideale anarchico della libertà dall’oppressione del controllo sociale e ha dato vita alle culture sotterranee degli hackers e, in seguito, al movimento anonymous. In queste ipotesi, le identità personali sono spesso tenute nascoste perché gli utenti hanno già in mente di effettuare operazioni vietate dalla legge o comunque attività di confine, che non violano apertamente la legge ma non sono tuttavia nemmeno espressamente consentite o comunque forzano i valori dominanti del sistema.

Passando all’esame del dato normativo, la condotta di chi celi la propria vera identità riempiendo moduli di dati personali fasulli non è di per sé illegale, fintanto che non si adoperino i dati personali di un altro soggetto. In tale eventualità, si potrebbe configurare una vera e propria sostituzione di persona, fattispecie che molte legislazioni facevano rientrare tra i reati già molto tempo prima dell’esistenza di internet. Secondo l’art. 494 del codice penale, difatti, risponde del delitto di sostituzione di persona, punito con la pena sino ad un anno di reclusione, «chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona […]». Da notare che il delitto consegue solo alle condotte di chi agisca per procurarsi o procurare a terzi un vantaggio o per arrecare un danno. Creare un profilo fake su Facebook a nome di qualcuno ma non utilizzarlo di per sé non sarebbe compreso nella portata applicativa della norma in commento.

La Cassazione ha avuto modo di occuparsi della sostituzione di persona via internet in tempi recenti, precisando che nonostante questo articolo sia stato scritto in un’epoca in cui la tecnologia era molto diversa da quella attuale e le condotte descritte si potessero configurare solo in pubblico o per iscritto, nulla osta ad una sua lettura evolutiva, che includa condotte commesse tramite la rete internet. Il che apre la strada ad una serie di attività che possono essere attuate attraverso le molteplici tipologie di servizi internet, dalle chat ai servizi di posta elettronica ai social network, all’iscrizione in genere a qualsiasi sito internet.

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Per esemplificare qualche condotta certamente rilevante, creare un indirizzo di posta elettronica con il nome di un proprio concorrente e utilizzarlo per carpire informazioni riservate da una terza persona, la quale confidi di stare scambiando messaggi con la persona il cui nome corrisponde a quello dell’account, non è soltanto una condotta meschina e spregevole ma configura anche il reato di sostituzione di persona. Idem nel caso di utilizzo dei i dati anagrafici di un’altra persona per iscriversi ad un sito di aste on-line, allo scopo di far ricadere sul terzo ugnaro le conseguenze del mancato pagamento dei beni acquistati. Simili condotte possono avvenire con i social network: creare un profilo utilizzando il nome, la fotografia ed i dettagli personali di un altro soggetto per appropriarsi della sua identità e avvantaggiarsi dell’equivoco per creargli danni d’immagine o attribuirgli affermazioni ingiuriose è una condotta punita penalmente come sostituzione di persona (oltre che per gli altri reati come la diffamazione eventualmente commessi).

In un caso recente, una impiegata appena licenziata aveva utilizzato come nickname su una chat erotica le iniziali della sua ex datrice di lavoro, fornendo agli utenti il numero di telefono di quest’ultima. La vittima aveva ricevuto molte telefonate e alla fine era stata costretta a cambiate numero di telefono. La Corte ha stabilito che questo comportamento era contrario alla legge e configurava sostituzione di persona, anche se l’autrice si era limitata ad utilizzare le iniziali della vittima e non aveva registrato nessun account, poiché nella chatroom si può accedere liberamente.

Si possono immaginare molti altri esempi in applicazione dello stesso principio. E’ importante ricordare che qualsivoglia accesso alla rete può essere tracciato dal provider utilizzato sino alla singola connessione e dispositivo e che, pertanto, l’anonimato sul web non è un valore garantito: creare un profilo fasullo su Facebook per fare stalking nei confronti di un ex partner o una email “anonima” per inviare lettere minatorie al proprio capo non garantisce, in nessun caso, l’impunità.

Inoltre, si deve anche considerare che la creazione di un profilo “fake” generalmente equivale ad una violazione dei termini del servizio di molti siti internet, che generalmente richiedono in maniera esplicita di inserire dati personali veritieri. In alcuni casi, ciò potrebbe anche provocare la chiusura dell’account senza preavviso, con conseguente perdita di dati.